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Un nostro lettore ci ha segnalato una lettera, pubblicata nella rubrica "Estate" del  "Nuovo Quotidiano di Puglia" di Mercoledì  5 Settembre, che riportiamo di seguito sicuri che in molti (meno giovani) susciterà il ricordo di vecchie atmosfere ed in altri (più giovani) farà venire un pizzico di curiosità: Come si faceva? Come funzionava? Quanto olio e quanta acqua? Perchè l'acqua? Quale era il fiore? In quale scatole si custodivano i fiori?

Un'antica usanza da custodire

Il "Fiore dei Lumini" che accendeva devozione e tradizione nel Salento

 

«Un po' d'attenzione, per ricordare una tradizione ormai scomparsa, legata a fori particolari...». A scrivere è Antonio De Santis, 61 anni, originario di Alezio, artificiere dell'Esercito e che si è occupato, per tanti anni, della bonifica del territorio dagli ordigni bellici. «La mia lettera -spiega - è per attirare l'attenzione sulla flora in via d'estinzione. Mi sono trovato - spiega - con mia cugina Annarita e parlando con lei è saltata fuori la cosiddetta pianta "dei lumini", che si trova ancora nei campi del Salento. Dopo affannose ricerche siamo riusciti a rintracciare, presso un'anziana parente, questa pianta. Ricordo che da bimbo si prendeva un bicchiere: per due terzi si riempiva d'acqua. Poi si colmava d'olio d'oliva e sopra si ponevano due stecchini incrociati, cuciti al centro e con un pezzetto di sughero alle estremità, in modo che potessero galleggiare. Poi - aggiunge - si bagnava il fiore nell'olio per affusolarlo e lo si appoggiava al centro del galleggiante. Una volta completata l'operazione si accendeva il "lumino", ossia la corolla del fiore, con un fiammifero e il tutto si metteva vicino ai santi protettori.  Un'usanza da custodire. Università, botanici e studiosi dovrebbero muoversi perché pianta e rito non scompaiano».